Storie personali che diventano memoria collettiva: Raggiolando trasforma l’Ecomuseo in una stanza di ricordi condivisi

Ci sono spettacoli che si guardano e spettacoli che si abitano. Raggiolando, terza edizione del progetto di teatro di comunità Homo Faber, è stato senza dubbio uno di questi: non una rappresentazione da osservare a distanza, ma una stanza di ricordi in cui il pubblico è stato invitato a entrare in punta di piedi.

Se le prime due edizioni avevano scelto la strada del teatro itinerante, raccontando con ironia la storia e le tradizioni del borgo, questa volta la compagnia ha imboccato un sentiero più intimo. In scena non c’è più il paese visto da fuori, ma il legame personale che ciascun interprete ha costruito, negli anni, con Raggiolo. Storie non scontate, private, a tratti fragili, che la pedagogia teatrale di Aldo Milea e la regia di Ilaria Passeri hanno saputo far confluire in un’unica drammaturgia corale, dove le voci di uno diventano la memoria di tutti.

Otto sedie, otto memorie

Tutto comincia da un gesto semplice. Gli attori entrano nello spazio ciascuno con la propria sedia e il proprio ricordo, si dispongono come in una vecchia fotografia, si cercano con lo sguardo, si allontanano. È da questa immobilità, che sa di album di famiglia lasciato per anni in un cassetto, che le storie prendono a scorrere.

C’è Modesto, che riporta in vita le mattine da scolaro: il caffè d’orzo, la borgetta con le posate avvolte nel tovagliolo, i pezzetti di legno per la stufa, i compagni chiamati per nome lungo la strada e le pallate di neve tirate nel comignolo della casa di sotto, finché la vicina non saliva a protestare. “Non avevamo nulla, ma avevamo tutta la libertà”: una frase che è il cuore segreto di tutto lo spettacolo.

C’è Giuliana, che affida il proprio ritratto a un soldatino di plastica di nome Scame, nascosto insieme al fratello Paolo in un foro nel muro accanto a un vecchio noce, e recuperato a ogni ritorno in paese come si fa con un compagno d’armi. Dietro il gioco infantile si intravede il legame forte di una vita, quello con Paolo, complice dei nascondigli e delle parole sussurrate prima di dormire: un fratello dal temperamento opposto al suo, riservato dove lei è risoluta, che resta il suo appiglio sicuro quando il mare si fa tempestoso. Perché dietro un carattere deciso Giuliana custodisce, sotto la scorza, un cuore sensibile accessibile a pochi.

C’è Maddalena, che dal fiume e dalla bambina che si arrampicava sugli alberi a Poggio Secco per stare più vicina al cielo arriva ai sogni di gioventù, con l’aliante, la nave cargo, l’ospedale in Africa, e la passione per i fari lontani. Raggiolo e le terre ancora da scoprire diventano, nelle sue parole, tappe di uno stesso viaggio: il bisogno di un luogo che accoglie e, insieme, la voglia di andare avanti.

C’è Elda, che vive “in un paese fatto di pietre” e in ogni sasso riconosce un’anima, una memoria, una vita interiore. Sassi che sembrano tutti uguali e che invece sono unici, modellati dal tempo, dall’acqua e dal vento, ciascuno con la propria storia di passione e di amore, simbolo di una forza che sfida la fragilità umana. È lei a ricordare che la piazza è il palcoscenico naturale del borgo, teatro dei primi amori e dei primi baci nascosti, dei litigi e dei matrimoni. Per Elda Raggiolo è casa, famiglia, amore, il luogo che le ha insegnato la dolcezza delle piccole cose: ed è in questo, confessa, che ha trovato il senso della vita.

C’è Lucia, che nel bosco si sente finalmente libera di perdersi e di ritrovarsi, lontano dalle strade obbligate della città. Dall’incontro con un uomo dai modi bruschi davanti a un seccatoio diroccato nasce il suo amore lento per il paese, cresciuto insieme alla conoscenza delle persone che lo abitano. Rimane, di quella storia, una vecchia pietra annerita dal fumo delle castagne, oggi custodita nella sua camera come una testimone silenziosa.

C’è Ornella, che porta in scena l’acqua come filo di tutta la sua vita: la fonte raggiunta in gruppo quasi fosse un rito, la fontana in pietra della Madonnina e la fonte fresca, il sapore selvaggio dell’acqua di montagna, mai neutro, che sa di muschio e di origine. Ricorda le mani accostate a conca sotto il getto per bere, così gelide da far male alle ossa, e l’orgoglio infantile di tenerle lì senza ritirarle, e quel bagnato addosso vissuto come una medaglia invisibile. E poi il fiume, “voce antica” e “memoria liquida del paese”, che riconosce chi siamo e trascina con sé tutto ciò che il tempo consegna alla corrente.

C’è Franco, la cui storia porta il peso più grande. Nell’età sospesa tra l’infanzia e l’età adulta, quando non sei più bambino ma non sei ancora uomo, entrano nella sua vita, insieme e a braccetto, l’amore e la morte. L’amore innocente per una ragazza dai capelli scuri e dallo sguardo limpido, una bellezza quieta come la luce del pomeriggio sui muri del paese, e le ore passate a parlare di tutto e di niente su una vecchia panchina all’ombra di un albero. E poi la morte dell’amico fraterno, quello dallo sguardo curioso di chi ascolta davvero, il ragazzo dal cuore “fatto in modo sbagliato”, raggiunto troppo tardi in fondo a un corridoio del Policlinico, dove un’infermiera non trova altre parole che “È morto”. Da allora, confessa, Eros e Thanatos siedono dentro di lui allo stesso tavolo: uno porta la luce, l’altro l’ombra. E ogni volta che passa davanti a quella panchina vuota gli sembra di rivederli entrambi.

E c’è Angelo, la voce che risveglia gli altri dall’immobilità della fotografia, chiamandoli uno per uno e restituendo a ciascuno il proprio io di bambino: chi cercava i girini nel fiume, chi tirava i gavettoni a tutti, persino ai più anziani, chi conosceva i nascondigli migliori, chi sapeva riportare a casa la comitiva in qualsiasi punto del bosco. È lui a evocare la nostalgia dei giochi di gruppo, delle corse per le viuzze senza paura di perdersi, dei bagni all’Usciolino, delle lucciole cercate nei cunicoli bui, delle stelle contate al Girone facendo a gara a chi riconosceva più costellazioni. E su tutto lascia la nota più amara della serata: il timore che i bambini di oggi, che guardano il mondo dentro un telefonino, non avranno un tempo così da ricordare.

La musica, l’Ecomuseo, il ballo

A tenere insieme questo mosaico di voci è stata la dolcezza delle musiche, capaci di accompagnare ogni passaggio senza mai coprirlo: dalle atmosfere sospese al Valzer che a poco a poco si è fatto girotondo, fino alle canzoni degli anni Sessanta della balera finale. Le doti interpretative degli attori, calati con naturalezza nelle proprie storie, hanno fatto il resto, costruendo con il pubblico un rapporto di complicità che si è sviluppato replica dopo replica.

In questo, la scelta dell’Ecomuseo di Raggiolo si è rivelata felice: un luogo intimo e accogliente, che evoca con la sua funzione il valore unico della memoria. Il pubblico si è ritrovato dentro le vicende, riconoscendovi frammenti dei propri ricordi.

Il culmine è arrivato con il ballo conclusivo, quando attori e spettatori si sono mescolati in un unico movimento, rievocando quella tradizione popolare che da sempre accompagna le feste di paese. A dare ritmo e calore a questo finale ci hanno pensato Giancarlo e Fabrizio, che hanno accompagnato le danze e fatto scorrere lo spumante del brindisi, trasformando la sala in una vera balera e regalando alla serata quel tono conviviale e festoso che ha unito tutti. Per qualche minuto è caduta la distanza tra chi guarda e chi è guardato, e Raggiolando è diventato semplicemente Raggiolo.

Oltre cento presenze in una sera

Il successo della serata si legge anche nei numeri. Le tre repliche su prenotazione, andate in scena sabato 8 agosto alle 20.30, alle 21.30 e alle 22.30, hanno superato complessivamente le cento presenze: un dato che conferma quanto il teatro di comunità sia ormai un appuntamento atteso, capace di richiamare pubblico e di restituire al borgo un modo tutto suo di raccontarsi.

Perché è questo, in fondo, che Homo Faber continua a fare edizione dopo edizione: esplorare i legami e le trasformazioni che uniscono nel tempo luoghi, saperi e persone. E se le prime due edizioni ci avevano fatto sorridere sulla storia di Raggiolo, questa terza ci ha ricordato che un paese non è fatto soltanto delle sue pietre, ma delle storie di chi quelle pietre le ha attraversate, custodite e amate.

Uno spettacolo così, del resto, è sempre il frutto di molte mani. Per questo un pensiero va anche a Elisa, Lorenzo, Maurizio e Stefano, che si sono adoperati dietro le quinte affinché tutto filasse per il verso giusto.


Cast

Raggiolando – terza edizione del progetto Homo Faber

Regia: Ilaria Passeri Pedagogia teatrale: Aldo Milea

Con: Lucia Brocchi, Angelo Carina, Franco Franceschini, Modesto Giovannuzzi, Maddalena Innocenti, Elda Ronchetti, Giuliana Rossi, Ornella Rossi

Danze e brindisi: Giancarlo Ciabattini, Fabrizio Poli

Dietro le quinte: Elisa Casavecchi, Stefano Ristori, Lorenzo Venturini, Maurizio Zacchi

Organizzazione: La Brigata di Raggiolo


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