Sabato 31 ottobre e Domenica 1 novembre, torna uno degli eventi più attesi e partecipati dell’autunno casentinese. La Festa di Castagnatura proporrà un ricco calendario di iniziative per tutte le età. Il fine settimana sarà scandito da degustazioni, spettacoli, musica, rievocazioni, laboratori, mercatini e racconti che porteranno all’interno della “civiltà della castagna”, alla scoperta di memorie e usanze di un frutto che per secoli è stato alla base dell’economia e dell’alimentazione locale.
La Festa di Castagnatura rappresenterà anche un’occasione per scoprire gli altri luoghi caratteristici della filiera della castagna quali la selva, il seccatoio o il mulino ad acqua sul torrente Barbozzaia che è stato recentemente rimesso in funzione.


L’albero del pane
Per secoli la castagna ha rappresentato la spina dorsale alimentare delle comunità montane dell’Appennino centrale e, tra queste, della comunità di Raggiolo.
In territori dove il frumento era difficile da coltivare e i trasporti limitavano l’arrivo di grano e altri cereali, il castagno costituiva una risorsa vitale.
I frutti, essiccati nei tipici seccatoi e trasformati in farina, fornivano pane, polenta e zuppe che garantivano la sopravvivenza durante i lunghi inverni. Non a caso il castagno veniva definito “l’albero del pane” e la castagna “il pane dei poveri”, anche se il suo ruolo è andato ben oltre la pura sussistenza.
Un’economia e una cultura del bosco
La coltivazione del castagno ha plasmato il paesaggio e l’economia dei paesi montani. I castagneti, curati come veri e propri campi, richiedevano potature, innesti e una conoscenza profonda della natura. Il legno, resistente e durevole, era impiegato per travature, utensili e combustibile, mentre le foglie servivano come lettiera per gli animali. Attorno alla raccolta si sviluppavano forme di cooperazione comunitaria: le famiglie si aiutavano a vicenda e la ripartizione dei frutti seguiva consuetudini tramandate oralmente. La castagna, insomma, non era solo nutrimento, ma il fulcro di una “civiltà del castagno” che univa economia, ecologia e socialità.
Raggiolo: un borgo custode della tradizione
Il borgo di Raggiolo è uno degli esempi più vivi di questa storia. Circondato da boschi secolari, il paese ha fondato per generazioni la propria identità sulla castagna. I seccatoi in pietra, piccoli edifici con focolare a legna, testimoniano ancora oggi l’antico ciclo di lavorazione. È anche per questo che Raggiolo fa parte dell’Ecomuseo della castagna e che, ogni autunno, la “Festa di Castagnatura” rinnova il legame tra la comunità e il suo frutto simbolo, trasformando il borgo in un laboratorio di memoria: qui si preparano bruciate, castagnacci e farine dolci, mentre i racconti degli anziani mantengono vivo il sapere collettivo.
Un proverbio popolare, tramandato di generazione in generazione, recita:
«Raggiolo in mezzo a due fiumi giace; la sua ricchezza sono le brice, ma se le brice non vengono al bono vedo ballar Raggiolo senza sono».
Le “brice” sono le castagne: un raccolto abbondante garantiva prosperità, mentre un’annata cattiva significava povertà e carestia. Questo semplice verso esprime con chiarezza quanto il destino del paese fosse legato al frutto del bosco.
La Raggiolana, identità di un territorio
Tra le varietà di castagne coltivate spicca la Raggiolana, specie autoctona che prende il nome proprio dal borgo, e che fu selezionata nel ‘200 dai Conti Guidi. È una castagna di pezzatura medio-piccola, dolce e molto adatta all’essiccazione, da cui si ricava una farina fine e profumata, ideale per il castagnaccio e altre ricette tradizionali. Custodire e valorizzare la Raggiolana significa preservare non solo una tipicità agricola, ma l’identità stessa di Raggiolo e della sua comunità.
Memoria e rinascita contemporanea
Negli ultimi decenni l’abbandono della montagna ha messo a rischio questo patrimonio. Tuttavia, la riscoperta della biodiversità e l’interesse per le produzioni locali hanno riportato nuova attenzione al castagno. A Raggiolo, progetti di recupero e valorizzazione di questa tradizione hanno restituito il senso di una coltura che unisce gusto e sostenibilità. La castagna diventa così simbolo di resilienza: un frutto antico capace di parlare al presente, custode di una cultura comunitaria che oggi trova nuova vita.


