SAN MICHELE ARCANGELO

SAN MICHELE ARCANGELO

Il dialogo tra paganesimo e cristianesimo nella pieve di Raggiolo

Un viaggio nell’arte sacra di Raggiolo, dove scultura e pittura narrano la lotta eterna tra Bene e Male. Le opere dedicate a San Michele rivelano sorprendenti legami con la tradizione vasariana e con antichi simboli pagani. Un intreccio di fede, storia e iconografia che unisce Apocalisse, Medioevo e classicità.

della professoressa Alberta Piroci Branciaroli 

[Numero 76 – Anno 2025 – Dicembre 2025 – pag. 2 – versione integrale]

La pieve dedicata a San Michele conserva una tela e una scultura lignea che raffigurano l’Arcangelo in lotta col demonio. Il gruppo scultoreo policromo, restaurato nel 2000 in occasione della mostra sul Seicento in Casentino, organizzata nell’anno successivo presso il castello di Poppi, fu oggetto di studio da parte della scrivente, che lo attribuì alla cerchia fiorentina della famiglia dei Nigetti, collaboratori di Giorgio Vasari in Santa Croce a Firenze, nella seconda metà del XVI secolo.

L’opera, soprattutto per la figura del demonio, rimanda ad ambito vasariano, come dimostra anche un’incisione che Diana Scultori eseguì nel 1588 su disegno dell’artista aretino, conservata presso la Biblioteca Marucelliana di Firenze, nella quale la figura allegorica di Satana è assimilabile a quella della pieve di Raggiolo.

Il gruppo ligneo scultoreo che mostra l’Arcangelo Michele nell’atto di incatenare il demonio può essere analizzato anche attraverso un preciso rimando scritturale: nel capitolo 20 dell’Apocalisse di Giovanni si legge: “Vidi poi un angelo che scendeva dal cielo… con una gran catena in mano; afferrò il dragone, il serpente antico, cioè il diavolo, Satana, e lo incatenò per mille anni.”

Se l’Arcangelo, in vesti militari all’antica, con la lorica a squame, la cotta a strisce di cuoio bicolori e la clamide dai lunghi lembi svolazzanti, è modello noto alla tradizione, la figura del demonio mostra invece, nelle sue fattezze, novità iconografiche significative. Seduto in maniera scomposta, si aggrappa alla caviglia sinistra dell’Arcangelo che lo incatena e, con i grandi occhi rossi e pieni d’ira, si morde la mano destra con gli enormi denti che fuoriescono dalla bocca spalancata. Il suo volto rivela un atteggiamento sbeffeggiante e grottesco; le grandi orecchie, il naso camuso e le protuberanze nei calcagni e nei gomiti indicano la metamorfosi in capro e rimandano alla raffigurazione antropomorfa dell’antico demone orientale Pazuzu.


Statua lignea San Michele | Anonimo scultore fiorentino | Pieve di Raggiolo
foto di Lorenzo Venturini

L’opera scultorea è databile tra la fine del XVI secolo e gli inizi del successivo, e venne realizzata in un contesto culturale vivace e innovativo, quale era la Firenze tra XVI e XVII secolo, dove il confronto tra intellettuali, artisti e teologi era alla base delle realizzazioni artistiche.

Ma all’Arcangelo titolare della pieve, negli anni Trenta del XVII secolo, quando infuriava la peste, la comunità di Raggiolo volle rinnovare la propria devozione, commissionando a un pittore aretino una tela che lo raffigurasse nel combattimento contro il Male, che in quegli anni sembrava essere impersonato dall’epidemia che mieteva tante vittime.


Tela di San Michele | Sebastiano Pontenani (1630) | Pieve di Raggiolo
Foto di Lorenzo Venturini

Allegoria della vittoria del Bene sul Male, il combattimento dell’Arcangelo Michele con l’antico dragone fu il tema della tela realizzata con finalità apotropaiche da Sebastiano Pontenani, pittore aretino di cui conosciamo solo la data di morte: 25 agosto 1644. L’artista, che firmò l’opera pittorica, si preoccupò anche di datarla, ma dei numeri romani dipinti in basso nella tela ne rimangono leggibili solo alcuni, che permettono di ricostruire una possibile data di realizzazione: 1630.

L’opera di Raggiolo nasce come icona votiva, a carattere propiziatorio, realizzata dall’artista aretino sulla scia iconografica tradizionale, su un prototipo di grande rilievo: uno stendardo processionale eseguito da Antonio del Pollaiolo per un oratorio aretino intitolato all’Arcangelo Michele, oggi conservato presso il Museo Bardini di Firenze.

Databile agli anni 1460–1470, lo stendardo del Pollaiolo presenta un’iconografia legata al capitolo 12 dell’Apocalisse, che descrive la battaglia che si svolse in cielo tra Michele e i suoi angeli e il drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo, Satana, che seduce tutta la terra.

L’opera del Pollaiolo era stata ammirata da Vasari, che l’aveva descritta come “cosa maravigliosa”, e il pittore Sebastiano Pontenani riuscì a coglierne tutti i particolari, come le alette dell’elmo che nella tela pollaiolesca erano metalliche e che il pittore aretino rese in maniera più naturalistica, dipingendole di vari colori, proprio come si presentano in natura.

Questo particolare descrittivo non era di poco conto, considerando che un copricapo con alette altro non è se non un pètaso. Venne spontaneo chiedermi perché Antonio del Pollaiolo avesse raffigurato San Michele con un pètaso, notoriamente copricapo di Hermès/Mercurio, e da una ricerca più approfondita emerse che nella figura dell’Arcangelo era confluita quella del dio pagano.


San Michele arcangelo e il drago | Antonio del Pollaiolo (1498) | Museo Bardini – Firenze

Il passaggio tra paganesimo e cristianesimo avvenne con tempi che non sappiamo quantificare esattamente, ma che sono ben documentati da alcune opere figurative che mettono in luce tali contaminazioni. In alcune gemme gnostiche o abraxas è stato infatti possibile rintracciare questa combinazione iconografica tra Mercurio e Michele.

Riportate da Joannis Chifflet Macarius nella sua opera Abraxas seu Apistopistus (1657; pl. XXI, n. 85; pl. VI, n. 24; pl. IV, n. 15), alcune di queste gemme presentano la figura di Ermete con accanto la scritta MICHAEL, al quale venivano attribuite le stesse funzioni di psicagogo e psicopompo.

La questione non doveva essere di poco conto se la Chiesa di Roma, durante il Concilio del 499 d.C., intervenne per interdire formalmente il culto degli amuleti o abrasax che recavano il nome del dio pagano, dato per equivalente a quello dell’Arcangelo Michele.

I risultati della mia ricerca trovarono spazio in un saggio pubblicato sulla rivista Intersezioni (Il Mulino, 2002) e proprio l’attenta analisi della tela di Raggiolo diede inizio a una serie di studi e approfondimenti da parte di alcuni ricercatori, che nel tempo hanno mostrato di condividere la mia tesi, rafforzandola attraverso altre importanti figurazioni artistiche che documentavano questa contaminazione iconografica. Una testimonianza del passaggio culturale dalla civiltà pagana a quella cristiana, che avvenne in maniera graduale anche attraverso il recupero e l’adattamento di culti, riti, devozioni e tradizioni derivanti dal mondo pagano.

Alberta Piroci Branciaroli è una studiosa d’arte italiana, laureata in Lettere all’Università di Firenze e collaboratrice della Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici di Arezzo. Vive e lavora in Casentino, territorio al centro delle sue ricerche storico-artistiche. Autrice di saggi e guide dedicate ai luoghi sacri e alla cultura toscana, tra i suoi contributi più noti figura lo studio iconologico «Da Mercurio a San Michele: un percorso iconologico», pubblicato su Intersezioni (2002).


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