ACTA DE RAGIOLO
Simboli di mestiere e raffigurazioni araldiche, tra storia, arte e leggenda a Raggiolo
Simboli scolpiti nella pietra raccontano una storia più ricca e sorprendente di quanto si creda. Lo svela Francesco Lenzi in una ricerca che restituisce voce al passato di Raggiolo.
di Francesco Lenzi
[Numero 76 – Anno 2025 – Dicembre 2025 – pag. 3 – versione estesa]
La versione integrale è disponibile in formato pdf [CLICCA QUI]
Introduzione
«Chi sei tu, quando nascesti e di che parte sei?» domanda il Re Alboino a Bertoldo nel loro primo incontro. E Bertoldo: «Io son uomo, nacqui quando mia madre mi fece e il mio paese è in questo mondo».
«Chi sono gli ascendenti e discendenti tuoi?» incalza ancora Alboino nella sua logica nobiliare e di potere. E Bertoldo: «I fagiuoli, i quali bollendo al fuoco vanno ascendendo e discendendo su e giù per la pignatta».
«Hai tu padre, madre, fratelli e sorelle?»
«Ho padre, madre, fratelli e sorelle, ma sono tutti morti».
«Come gli hai tu se sono tutti morti?»
«Quando mi partii da casa io gli lasciai che tutti dormivano e per questo io dico a te che tutti sono morti; perché, da uomo che dorme ad uno che sia morto, io faccio poca differenza, essendo che il sonno si chiama fratello della morte».
Il Bertoldo di Giulio Cesare Croce è dunque un eroe individualista, che non ha né patria né famiglia, se non la sua immediata e sciagurata, avendo con la sua famiglia d’origine stabilito un taglio netto e rivendicando materialisticamente che la patria è dove si mangia. Egli sembra semmai rivendicare il lollardo «Quando Adamo zappava ed Eva filava dove era il nobile?» e sembra anticipare l’analoga rivendicazione egualitaria degli “zappatori” puritani, o più precisamente i Diggers. (1) (2)
Molti di voi ricorderanno la divertente pagina del Gattopardo in cui, a conclusione delle trattative per il matrimonio di Tancredi con Angelica, don Calogero Sedara dichiara: «Ci ho le carte in regola nel cassetto e un giorno si saprà che vostro nipote ha sposato la baronessina Sedara del Biscotto: titolo concesso da Sua Maestà Ferdinando IV sulle secrezie del porto di Mazzara. Debbo fare le pratiche: mi manca solo un attacco». E l’autore bonariamente commenta: «Quella degli attacchi mancati, delle secrezie, delle quasi omonimie era, cento anni fa, un elemento importante nella vita di molti siciliani e forniva alternate esaltazioni e depressioni a migliaia di persone». (3)
L’uscita araldica di don Calogero rispondeva all’innato desiderio di promozione sociale da parte dei membri di un mondo contadino che ancora nel corso dell’Ottocento vedeva nell’aristocrazia l’irraggiungibile vertice della società di antico regime, ma al tempo stesso gettava luce sulla ricerca degli strumenti di legittimazione: gli attacchi, le quasi omonimie, le carte nel cassetto, per costruire, in definitiva, una genealogia che manifesti l’origine nobile. (4)
(1) Gli “zappatori puritani”, più precisamente i Diggers, erano un movimento di protestanti ruralisti inglesi del XVII secolo che, ispirandosi a principi cristiani di comunitarismo e ugualitarismo, occuparono le terre comuni per lavorarle collettivamente. Lavorarono sotto la guida di Gerard Winstanley, tentando di creare comunità rurali basate sulla proprietà comune e la condivisione delle risorse, in contrasto con l’ordine costituito dell’epoca della Rivoluzione Inglese. (Fonte Wikipedia)
(2) Da “La Cronaca Contadina (1447-1630) di Desiderio Zanini da Capugano”, A. Giacomelli, pag. 7, 1994. Pàtron Editore
(3) G. Tomasi di Lampedusa. Il Gattopardo, Milano 1959, pag.159
(4) Atti del XXIII Congresso di Scienza Genealogica e Araldica, Intervento di Enrico Genta, pag. 254
Chi è il migliore tra i due personaggi, Bertoldo o don Calogero?
Ho introdotto il mio piccolo contributo sui “Simboli di mestiere e le raffigurazioni araldiche, tra storia, arte e leggenda a Raggiolo” con questi due “classici” per tentare di spiegare, da un lato, il motivo per cui moltissime famiglie italiane, negli anni Settanta, hanno esposto in casa blasoni che si potevano acquistare tramite bollettino postale per la modica cifra di cinquantamila lire, dall’altro perché, al contrario, molti simboli della storia familiare sono stati dimenticati e distrutti.
Quella della vendita degli stemmi nobiliari è stata una truffa ben congegnata poiché questa, non avendo la nobiltà alcun valore di natura legale con la promulgazione della Costituzione Repubblicana, non poteva essere perseguita; sfruttava solo una “moda” di allora o forse, ancora di più, quell’esigenza nascosta in tutti noi di poter manifestare le proprie origini nobiliari.
Nell’invitare i lettori a dubitare in merito alla veridicità di quei documenti, allo stesso tempo sollecito una ricerca storica più puntuale sulle carte e sulle fonti, fonti che possono non essere esclusivamente quelle scritte — e sulle quali non mi posso dilungare in questa sede — ma anche quelle scolpite nelle pietre delle case in cui abitavano gli antenati, magari confrontandole con gli atti catastali che negli ultimi anni iniziano a essere resi pubblici online (vedi articolo precedente, “Raggiolo e raggiolatti all’alba di una nuova Era”).
Purtroppo nel passato, soprattutto durante il periodo napoleonico, ci fu una deliberata distruzione delle antiche insegne come stemmi e blasoni, pubblici, privati e religiosi, come simbolo di rottura con l’Ancien Régime e per promuovere nuovi simboli repubblicani, laici e imperiali che rappresentassero la nazione e il valore di un nuovo ordine. Questa politica mirava a cancellare il potere delle casate nobiliari e del clero e a sostituirlo con un’identità basata su ideali repubblicani o sull’autorità imperiale di Napoleone, che si serviva di un’araldica nuova e simbolica, pur attingendo a elementi tradizionali.
Questa distruzione però non va attribuita solo agli invasori francesi e al fanatismo ideologico, ma anche alla volontà dell’“uomo contemporaneo” di dare un taglio col passato, un po’ come il nostro Bertoldo, per guardare avanti verso una società più moderna ed egualitaria, buttando via il vecchiume. È quest’ultima una condizione psicologica comprensibile, tipica dell’Età Contemporanea, che ha basato la sua forza sull’industrializzazione, la diffusa scolarizzazione e una maggiore distribuzione delle ricchezze.
Identità genealogica, clan familiari, casati e adozione degli stemmi
Gli stemmi sono spesso associati alla nobiltà, ma storicamente non sono stati esclusivi di quest’ultima. Infatti, molte famiglie, anche di estrazione borghese o popolare, hanno adottato un proprio stemma, che poteva rappresentare un’arte, un mestiere o una caratteristica distintiva della famiglia.
Nei documenti del Comune di Bologna, come i faldoni dei “Massari delle Arti e Tribuni della Plebe”, sono raffigurati centinaia di stemmi appartenenti non solo alla nobiltà, ma anche ad artigiani, commercianti e borghesi. Queste persone svolgevano funzioni amministrative insieme al Gonfaloniere del Popolo, dimostrando che gli stemmi erano simboli di riconoscimento sociale e di partecipazione civica. Uno stemma poteva simboleggiare una “ditta” o un’attività specifica, come quella di un vetturale, un postino, un notaio o un calzolaio.
In figura, al centro, con la testa di bue su fondo blu, è rappresentato lo stemma di Stefano Lenzi, Massaro delle Arti dei Legnaioli e dei Calzolai a Bologna, tra la fine del ’500 e l’inizio del ’600, non nobile altrimenti non avrebbe potuto essere Massaro. Lo stesso stemma è presente a Castel San Niccolò poiché i nobili “cugini” fiorentini di Stefano ne furono Vicari e Podestà fin dal ’400. La figura fiorentina più significativa a svolgere questa funzione a Castel San Niccolò in Casentino fu Lorenzo di Anfrione Lenzi (quest’ultimo ambasciatore dei Medici in Francia), Vicario degli atti criminali tra il 1474 e il 1475 (5). Non c’è dubbio che abbia avuto a che fare con qualche raggiolatto.

In questo modo, lo stemma diventava un simbolo di identità e continuità genealogica, trasformando un semplice clan familiare in un vero e proprio casato. Attraverso il casato, il cognome o il clan, la microstoria familiare si collegava alla storia più ampia, cementando il legame tra passato e presente. Gli stemmi, quindi, non erano solo ornamenti nobiliari, ma potenti simboli di identità e di appartenenza sociale e culturale. Rappresentavano il legame tra il singolo e la comunità, fungendo da ponte tra la storia personale e quella collettiva.
(5) “Lavoro di trascrizione delle schede del vicariato di Poppi”, Dott.ssa Roberta Menicucci. Vic. 109, pag.22
Raggiolo, le pietre che “raccontano”
Come tutti sappiamo Raggiolo e le sue famiglie si basavano su un’economia prevalentemente contadina e agricola, ma anche manifatturiera, con le lavorazioni del legno, del ferro e della lana che per alcuni settori avevano le caratteristiche di quell’economia “protoindustriale” che ha favorito la successiva industrializzazione.
Contrariamente alla credenza comune che vedeva Raggiolo come un mondo esclusivamente povero, il borgo era probabilmente animato da una vivace circolazione di denaro. Questo fenomeno è testimoniato dalla crescita del numero delle abitazioni e delle famiglie. L’espansione demografica e lo sviluppo edilizio indicano una certa prosperità economica che sfidava l’immagine stereotipata di povertà contadina. La rivolta contro la legge napoleonica dell’Octroi a Montevarchi nel 1807 (6) conferma ulteriormente che le produzioni raggiolatte non erano solamente autoctone e di sussistenza ma circolavano a tal punto per la Toscana che quell’iniqua legge avrebbe seriamente danneggiato.
(6) Da “Documenti inediti sulla inchiesta napoleonica in Provincia di Arezzo”, Bianca e Paolo Toschi, Vol. 20,
Un altro aspetto fondamentale della comunità di Raggiolo era la diffusa scolarizzazione (7). Nonostante le difficoltà economiche del tempo, l’istruzione aveva un ruolo centrale, culminando spesso nell’appartenenza al clero. Questa tendenza non solo denota un alto livello di istruzione, ma anche un’importante influenza religiosa e culturale all’interno della comunità. Il clero, infatti, rappresentava una delle poche vie di mobilità sociale e culturale disponibili, offrendo opportunità di avanzamento anche a livelli alti.
(7) Atti de “I Colloqui di Raggiolo”, anno 2024; “Come già sappiamo, nel 1549 negli statuti approvati dai magistrati fiorentini si diceva che per il comune di Raggiolo la scolarizzazione doveva essere tenuta da un prete ma affiancato da un cappellano per il rispetto della libertà ecclesiastica.”
In questo contesto, a titolo di esempio, tra i documenti della Chiesa Cattolica è pubblicato lo stemma di un suo importante rappresentante, Onorato Ambrogio Luddi, nato a Raggiolo nel 1841, dell’Ordine dei Frati Predicatori Domenicani, Vescovo di Assisi e Vescovo Titolare di Troade.

Possiamo continuare menzionando:
- Fra Girolamo da Raggiolo (1435 circa – 1500 circa), religioso, letterato e scrittore di vite dei Santi alla corte di Lorenzo il Magnifico;
- Beato Guido da Raggiolo, un importante religioso domenicano che visse tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo;
- Monsignor Cesare Zacchi, vissuto nel XX secolo, arcivescovo di Maura, nunzio apostolico e canonico della Basilica di San Pietro; e, citando ancora una figura di altissimo profilo;
- Don Salvatore Minocchi, nato a Raggiolo nel 1869, presbitero, storico, biblista, ebraista italiano, teologo, docente universitario, uno dei principali esponenti del “modernismo cattolico”.
Ma potremmo aggiungerne molti altri a una lista di prelati di alto profilo:
- Padre Antonino Luddi, domenicano alla biblioteca di S.M.N.; il frate pittore Raimondo Minocchi, consacrato sacerdote nel 1896;
- Padre Beniamino Giovannuzzi, importante figura di riferimento agli Scolopi di Firenze;
- Monsignor Angelo Chiaroni, parroco della Madonna della Tosse a Firenze e figura significativa della Chiesa fiorentina; e per concludere, consapevole di non poterli elencare tutti,
- Don Raffaele Zacchi, martire nella già citata rivolta del 1807.
Non sto ad elencare la lunga lista di Priori e Provinciali raggiolatti presenti nei conventi e monasteri casentinesi. Su questo argomento, nella rivista Tuttoraggiolo, Fernanda Ciarchi ha scritto un interessante articolo intitolato “Nella spiritualità … la forza dei monti”, da cui ho tratto ispirazione per queste righe.
Per quanto riguarda Raggiolo, non va dimenticata, anche se lontana nel tempo, una importante tradizione notarile, che era scuola di sapere dove gli aspiranti notai acquisivano i primi rudimenti della grammatica e dell’ars dictaminis, per poi approfondire le regole dell’arte notarile mediante la pratica professionale presso uno studio.
A Raggiolo debbono essere ricordati, tra XIII e XIV secolo, i notai Finiguerra e Vito, probabilmente originari di quella terra; nel 1316, inoltre, il conte Guido Novello creava notai Tuccio di Quota e i raggiolatti Migliore di Vito e Bontade di Benfatto, mentre nel 1319 era operante il notaio ser Maffeo di Venturino di Raggiolo. Iacopo di Guiduccio di Raggiolo, che sottoscrisse la matricola notarile aretina nel 1346, lasciando anche un protocollo d’imbreviature che si conserva presso l’Archivio di Stato di Firenze, esercitò la professione principalmente in Arezzo, tra il 1318 e il 1337, mentre troviamo Giovanni di Vito di Raggiolo attivo in qualità di notaio a Bibbiena tra il 1334 e il 1338 (8).
(8) Da “Il notariato in Casentino nel Medioevo, cultura, prassi, carriere”, a cura di Andrea Barlucchi, 2016.
I sigilli notarili rappresentati nelle figure appartenevano ai notai raggiolatti Jacopo di Guiduccio, Bontade di Benfatto, Mino di Francesco e Jacopo di Vito, tutti roganti nel ’300.

In sintesi, Raggiolo emergeva come un borgo capace di combinare tradizione agricola, manifattura, vita culturale e vita sociale, sfidando le convenzioni di un’epoca spesso considerata statica e priva di dinamismo economico, culturale e religioso.
Premesso questo, ritroviamo tra i vicoli, le case e le pietre di Raggiolo ancora qualche segno tangibile di questa microstoria e delle sue famiglie. Inevitabilmente aggiungeremo anche i simboli di pubblico dominio che fanno parte della storia di Raggiolo, anche quella leggendaria.
Araldica civica
Lo stemma di Raggiolo si presentava interzato in fascia: il primo era inquartato in decusse d’argento e di rosso, emblema dei Guidi; nel secondo la lettera maiuscola R di nero, raggiata di rosso in campo argento; il terzo d’azzurro, a sei plinti d’argento, a ricordare lo stemma dei Tarlati che furono signori del luogo.
Luigi Passerini, Le armi dei municipi toscani, Firenze, Eduardo Bucci, 1864, p. 239.

Il primo stemma di Arezzo era uno scudo bipartito di rosso e di argento. Argento che in araldica richiama il bianco e che, successivamente, lasciò il posto al colore verde. Non era il simbolo ufficiale, ma comunque riconducibile ad Arezzo, anche quello di una croce d’oro in campo rosso. Era il 1200 e anche in questo caso non era presente il classico cavallino. Un simbolo che rappresentava il “Popolo”, una parte della cittadinanza corrispondente alla borghesia che si riuniva all’epoca in corporazioni. In molte città, il “Popolo” adottava come simbolo uno scudo con sfondo colorato con una croce. Successivamente venne introdotto un cavallo inalberato, oggi il simbolo della città e che all’epoca era quello dello Stato aretino. In araldica il cavallo è tra gli emblemi più diffusi. La descrizione di quello aretino recita: “d‘argento al cavallo rivolto, allegro, inalberato di nero“. Il cavallo è da sempre simbolo di valore, animo intrepido, assunto nello stemma da chi aveva attaccato il campo nemico e lo aveva disperso con una carica di cavalieri.
Da “Arezzonotizie”, “Simbolo di valore e animo intrepido”. Storia e significato del cavallo di Arezzo”

L’arme di Firenze è di quelle che si dicono parlanti, e rappresenta un giglio sparpagliato; che da molti vuolsi invece sia il fiore della pianta detta iris alba florentina, e volgarmente giaggiolo, la quale nasce spontanea sopra le mura della città. L’uso di questo stemma è antichissimo e risale certamente al secolo XI; ritiensi inoltre che distinguesse le schiere nostre alle Crociate. Il giglio era in principio bianco su campo rosso; e lo avevano comune la parte guelfa e ghibellina; ma nel 1251 quando i ghibellini furono cacciati da Firenze, da cui si partirono raccolti sotto la bandiera della città, i guelfi, per distinguersi, invertirono i colori dello stemma, adottando il giglio rosso nel campo bianco.
Luigi Passerini, Le armi dei municipi toscani, Firenze, Eduardo Bucci, 1864, p. 100.

Araldica pubblica
Inquartato in croce di S. Andrea d’argento e di rosso, al leone dell’uno nell’altro cimiero: drago alato di verde che getta fiamme dalla bocca.
I conti Guidi furono una delle maggiori casate dell’Italia Centrale nel corso del Medioevo. Conosciuti come Conti palatini di Toscana, dominarono su gran parte della Toscana, Romagna ed Emilia Grazie alla loro importanza, ambirono a formare una dinastia regnante stabile in Toscana (favoriti in questo anche dalla protezione di Matilde di Toscana). Guido Novello Guidi, anche Guido Novello il Giovane o Guido Novello di Raggiolo (1280 circa – 1320) è stato un nobile italiano. Fu uno dei feudatari più importanti del Casentino e del contado di Arezzo all’inizio del XIV secolo. Il suo feudo principale era la valle del Teggina col borgo di Raggiolo come centro.
Luigi Passerini, Le armi dei municipi toscani, Firenze, Eduardo Bucci, 1864, p. 100.

D’oro, a sei palle di rosso poste in cinta.
La casata dei Medici è stata un’antica e potente famiglia nobile italiana di origine toscana, che divenne una delle dinastie protagoniste e di centrale importanza d’Italia e d’Europa a partire dal XV secolo e fino al XVIII secolo. Il potere mediceo durò quasi ininterrotto, tranne qualche periodo di breve durata, dal 1434, con la Signoria Cittadina di Cosimo il Vecchio, fino al 1737, con la morte senza eredi del granduca Gian Gastone de’ Medici, ultimo della sua dinastia.
Citato in Marchese Vittorio SPRETI: Enciclopedia Storico-Nobiliare Italiana: famiglie nobili e titolate viventi riconosciute dal R. Governo d’Italia, compresi: città, comunità, mense vescovili, abazie, parrocchie ed enti nobili e titolati riconosciuti, 6 volumi e 2 volumi di appendici, 1928-1936 – Vol. III pag. 638

I probabili resti di uno stemma de’ Medici si trovano nella prima casa in via del Coro che dalla piazzetta del Poggiolino, sulla destra, scende verso il Mulino, nell’abitazione dei Bandinelli, appartenuta nel Catasto Leopoldino ai Caperoni.

I Còrsi, tra storia e leggenda. Forse milizie mercenarie provenienti dalla Maremma, forse esuli dal feudo dei Rocca scampati alla repressione dei Doria, forse migranti, di fatto in passato se n’è parlato. Alcuni cognomi, come i Chiaroni per esempio, presenti in paese potrebbero avere una provenienza còrsa.
Carlo Beni nella sua celebre Guida del Casentino nel 1908 “Gli abitanti di Raggiolo, che un’antica e costante tradizione fa derivare dalla Corsica, e col soprannome di Corsi sono effettivamente chiamati, conservano tutt’ora il carattere fiero e bellicoso dei loro antenati… Fa molto onore a Raggiolo lo stato presente dell’istruzione de’ suoi abitanti. Quasi tutti, meno pochissimi adulti, sanno leggere e scrivere…”
Da “Guida illustrata del Casentino”, Carlo Beni, Firenze 1908.

Arti e Mestieri
L’Arte della Lana è stata una delle sette Arti Maggiori delle corporazioni di arti e mestieri di Firenze. La corporazione fu una tra le più potenti della città e sicuramente quella che contava il maggior numero di lavoratori, circa un terzo della popolazione fiorentina, già secondo lo storico Giovanni Villani e tanto che ancora nel Cinquecento, Machiavelli ne continuava a magnificare la grandezza: «era quella di tutte le Arti che aveva ed ha più sottoposti, la quale per essere potentissima è la prima per autorità di tutte.»
Da “Guida illustrata del Casentino”, Carlo Beni, Firenze 1908.

Il simbolo dell’Arte della Lana a Raggiolo si trova sopra quella che doveva essere la porta di ingresso dell’antico palazzo del conte Guido Novello. Questo simbolo si trova anche all’interno del Castello del Leone a Montemignaio, quello che fu uno degli ultimi capisaldi dei conti Guidi in Toscana.

L’Arte dei Fabbri è stata una delle Arti Minori delle corporazioni di arti e mestieri di Firenze. Appartenevano a questa corporazione tutti coloro che lavoravano il ferro: fabbri, maniscalchi, fibbiai, spadai, coltellinai e maestri delle cervelliere.
Fonte Wikipedia
Ben più importante del piccolo artigianato domestico era invece l’attività manifatturiera delle ferriere o fabbriche di Raggiolo. Nel basso medioevo la la lavorazione del ferro era diffusa nelle zone appenniniche: l’abbondanza d’acqua e di legname permetteva il facile funzionamento di forni, magli, ecc.; larga rinomanza aveva ad esempio l’industria del ferro nel pistoiese ma anche nel Casentino e nel Mugello vi erano numerose ferriere. Nel caso di Raggiolo per quanto ci risulta dai documenti le fabbriche dovevano aver raggiunto comunque un’importanza che superava l’ambito locale.
Da “Il castello di Raggiolo e i Conti Guidi. Società e signoria nella montagna casentinese nel Trecento” di Marco Bicchierai, Edizioni del Grifo, Capitolo “Fabbri e ferriere”, pag 65.

Non esiste una rappresentazione del simbolo dell’Arte dei Fabbri a Raggiolo per quanto siamo a conoscenza dell’esistenza delle fabbriche sopra menzionate fin dal medioevo. Abbiamo però la scultura in rilievo di un fabbro al lavoro. Come vedremo nella sezione successiva relativa all’araldica privata esiste la rappresentazione dell’incudine e del martello, blasone appartenente ad una famiglia di Raggiolo.

L’Arte dei Legnaioli è stata una delle Arti Minori delle corporazioni di arti e mestieri di Firenze. L’arte comprendeva tutti gli artigiani del legno, falegnami, segatori (che trasformavano i tronchi in travi) e trasportatori di legname (dal 1299), oltre ai produttori di svariati tipi di mobilio, quali cassettai, cofanai, stipettai, pittori di cassoni e di mobili, scodellai (produttori di contenitori) e bastai (produttori delle rozze selle di legno per le bestie da soma); inoltre vi erano associati i produttori di botti, barili, tini e caratelli per il vino, e di stai per contenere e misurare le granaglie.
Fonte Wikipedia

Non esiste una rappresentazione del simbolo dell’Arte dei Legnaioli a Raggiolo per quanto siamo a conoscenza dell’esistenza di una notevole produzione di cerchi in castagno e faggio per botti e tini. Abbiamo però la possibile rappresentazione di un maestro cerchiaio scolpita nell’architrave di una finestra a casa Fortunata. Quella del cerchiaio era una vera e propria arte poiché prevedeva requisiti stringenti di affidabilità e sicurezza.

Araldica privata e stemmi gentilizi
Originaria di Viterbo, la famiglia Gatteschi si stabili in Toscana nel 1219. Emigrata a Strada nel Casentino nel 1457 per sfuggire alla peste, dette origine ad almeno cinque rami di cui tre a Pistoia, uno ad Arezzo ed uno a Firenze*.
Lo stemma della Famiglia Gatteschi è presente nella Raccolta Caramelli Papiani dell’Archivio di Stato di Firenze, alla voce Arezzo,, al Fascicolo 2252.
“D’azzurro, al gatto rampante e riguardante al naturale, e alla banda attraversante di rosso, il tutto accompagnato in capo da tre stelle a sei (o otto) punte d’oro“
*Estratto da “Sistema Archivistico Beni Culturali”, Gatteschi – Famiglia
La famiglia Gatteschi, stabilitasi a Strada e a Poppi, a Raggiolo, nel Catasto Settecentesco, veniva registrata con alcuni terreni alla Posizione 534, proprietari Messeri Giuseppe e Francesco di Federigo, già riportati nello stemmario e nella genealogia presente nel Fondo Goretti-Miniati conservato nella Biblioteca Rilliana di Poppi.
La loro presenza a Raggiolo è testimoniata anche dallo stemma, probabilmente riferibile alla committenza dell’opera, presente sotto la statua di San Michele Arcangelo posizionato dietro l’altare della omonima chiesa.

Lo stemma della famiglia Orsi è presente nella Raccolta Caramelli Paiani dell’Archivio di Stato di Firenze, alla voce Arezzo, nel Fascicolo n.ro 3490.
“D’azzurro, all’albero sradicato al naturale sinistrato da un orso levato dello stesso”.
Lo stesso stemma, con le stesse caratteristiche e descrizione, è presente anche negli armoriali laziali, quindi l’origine della famiglia è incerta.
Lo stemma della famiglia Orsi a Raggiolo, presumibilmente settecentesco, si trova posizionato sopra un camino di una casa posta al Poggiolino, attualmente appartenente alla famiglia Fabbri ma che nel Catasto Leopoldino Ferdinandeo apparteneva alla famiglia Orsi. La famiglia Orsi, nel Censimento del 1841, era presente a Raggiolo con sei famiglie e numerose abitazioni e terreni.


Nello stemma ho ricostruito la variante dello stemma dei “Fabbri di Raggiolo”.
Una variante è presente nel Blasone Bolognese, quasi certamente riferibile ai Fabbri emigrati in Romagna, è il più simile a quello che vedete disegnato nello stemmario Goretti-Miniati. Nello stesso documento infatti il Goretti asserisce che la famiglia dei Fabbri si stabilisce a Firenze nel 1550 nella zona della porta di San Niccolò, altri a Ponte a Poppi dei quali un ramo, come detto, andò ad abitare a Raggiolo, un altro in Romagna.
Nello stesso documento si parla di due altari che sarebbero appartenuti alla famiglia, uno nella chiesa di Certomondo e un altro nella chiesa di San Donnino.

L’origine dei Fabbri e la loro presenza a Raggiolo è perfettamente descritta nello stemmario Goretti-Miniati conservato presso la Biblioteca Rilliana di Poppi. Nella genealogia viene riportato Niccolò di Giovanni Fabbri che, originario di Poppi (Partina) e presumibilmente tra il ‘400 e il ‘500, “va a Raggiolo in Casentino”.
“L’origine dei Fabbri è da Guido detto Fabro che nel 1103 fece donazione al Monastero di Camaldoli e fu il progenitore dei Fabbri di Romagna e di Casentino”
Gli stemmi dei Fabbri sono presenti in due case sulla via della Piana, verso il mulino di Morino, che gli appartenevano, il primo sopra il portone della “casa Elpidio”, oggi appartenente ai Chiocchini, il secondo è sopra il camino della casa, oggi appartenente ai Donati, posta nelle vicinanze.

Conclusioni
La presente ricerca non può dirsi certamente conclusa, in particolar modo se si fa riferimento alle numerose famiglie raggiolatte che quasi certamente, avendo costituito un casato, possedevano simboli araldici o “ditte” propri andati perduti nel tempo e cito, solo per fare qualche esempio, i Giovannuzzi che con il patronimico Giovannuzzo (Alemanno di Giovannuzzo) erano già presenti Raggiolo nel ‘300, e poi i Ciarchi, i più importanti proprietari di Raggiolo nei catasti sette-ottocenteschi, i Ristori, citati con Ristoro e Ser Ristoro nei documenti medievali, sempre del ‘300, e poi le ricche e benestanti famiglie dei Donati, degli Zacchi, dei Gambini, dei Pecchiai, dei Caperoni, dei Ciabattini, il cui cognome può essere derivato da una professione, dei Giorgini, questi ultimi forse derivati dai Giorgi già menzionati, e così via tutti gli altri, come i Luddi e i Minocchi con gli importanti prelati, per concludere con i Chiaroni di possibile origine còrsa, non dimenticandosi che da un cognome o da una famiglia potevano essere derivati più cognomi dei quali ricordiamo la data di nascita e generalizzazione ufficiale avvenuta, a parte i casi delle famiglie più importanti, dopo il Concilio di Trento (1545-1563) che ha reso obbligatori i registri parrocchiali.
Se un giorno verrà allestita una “lizza” nel Parco Fluviale di Raggiolo, come era di consuetudine nel Medioevo posizionata nelle “cortine”, o fuori le mura, in cui si contenderanno la vittoria i còrsi, i pastori e i fabbri, non mancheranno certo stemmi e stendardi colorati che potranno indicare appartenenze e famiglie.


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