C’è un albero a Raggiolo che guarda la Val Teggina e tiene gli occhi puntati verso La Verna. Non ha foglie, non ha voce, eppure dice molto più di quanto potrebbe fare se parlasse.
In questi giorni d’inverno che non vogliono finire, resta lì, immobile, con i rami sottili che si allungano nel cielo grigio come dita in attesa.
La neve gli si appoggia addosso senza fretta, seguendo le linee del tronco, sottolineando le sue ferite, i suoi tagli e la sua forma antica. È un albero che ha già visto molte stagioni e non ha bisogno di correre incontro alla prossima.
Sotto di lui, la valle si apre in silenzio. Le curve del Teggina si intuiscono appena, tra nebbie basse e boschi ancora addormentati. Tutto sembra sospeso, come se il tempo stesso avesse deciso di rallentare, di trattenere il respiro prima di cedere alla primavera.
A Raggiolo succede spesso così: le stagioni non si inseguono, si trattengono. L’inverno resiste, si aggrappa alle pietre, ai tetti delle case, ai rami spogli, agli scogli del fiume. È il momento in cui l’anima del paese si raccoglie, in cui il bosco tace e la piccola comunità si contrae, in attesa di tornare ad ampliarsi con l’arrivo di chi vive lontano. Come una fisarmonica, che per anni ha accompagnato la vita di questi luoghi, la comunità di Raggiolo si contrae e si riespande, in un movimento antico, fatto di assenze e ritorni.
Quest’albero, con il tronco segnato dalla neve, sembra raccontare proprio questo passaggio: dall’inverno alla primavera. In quella lieve incurvatura del fusto sotto il peso della neve, nella nudità dei rami, nella sua tensione verso la valle, si riconosce un carattere resiliente. Si adatta al passare delle stagioni, ma attende il momento giusto per rifiorire. Diventa così una figura che assomiglia al paese.
C’è infatti qualcosa di profondamente raggiolatto in questa attesa. Non è inerzia, è fiducia. È sapere che la primavera arriverà, senza bisogno di forzarla. È la stessa pazienza con cui si accende un ceppo, si prepara una festa, si tiene viva una comunità anche quando tutto sembra spingere verso la rassegnazione, verso l’abbandono.
E allora quell’albero, con i suoi rami nudi e la neve addosso, non è solo un’immagine d’inverno. È una promessa. Perché dentro ogni ramo spoglio, a Raggiolo, c’è già la volontà di rinascere. E quella volontà non si spegne.
E allora quell’albero non è solo inverno. È una forma di fiducia: silenziosa e ostinata, come solo i raggiolatti sanno essere.
Autore: Maurizio Zacchi – Foto di Elda Ronchetti


Lascia un commento