[Numero 77 – Anno 32 – Giugno 2026 – pag. 1 – di Franco Franceschini]
«…insegnando loro a camminare con passo deciso sulla via della santa povertà e della beata semplicità.» Tommaso da Celano
Così il primo biografo di Francesco d’Assisi descrive il modo con cui il santo accompagnava i suoi compagni lungo il cammino della fraternità. Non soltanto una regola religiosa, dunque, ma uno stile di vita fondato sulla semplicità, sulla gratuità e sulla capacità di mettersi accanto agli altri.
A ottocento anni dalla morte di Francesco, quelle parole conservano una sorprendente attualità. Anzi, forse oggi parlano ancora più chiaramente a un mondo che spesso fatica a ritrovare il senso delle relazioni, della comunità e del bene condiviso.
La “santa povertà” di Francesco non era miseria o rinuncia fine a sé stessa. Era libertà dall’egoismo, dal possesso e dalla ricerca del potere. E la “beata semplicità” non era ingenuità, ma il desiderio di vivere rapporti autentici, senza maschere e senza interesse personale. In fondo, è proprio qui che nasce il legame più profondo tra Francesco e il volontariato contemporaneo. Perché il volontariato autentico nasce dalla stessa intuizione: donare tempo, energie e attenzione agli altri senza aspettarsi nulla in cambio. Significa scegliere di esserci. Significa prendersi cura di una comunità, di un territorio, delle persone più fragili, costruendo relazioni prima ancora che servizi.
Anche nelle piccole comunità come la nostra, il volontariato rappresenta spesso il filo invisibile che tiene insieme le persone. È presenza silenziosa, lavoro quotidiano, disponibilità concreta. È la scelta di dedicare una parte della propria vita al bene comune. Ed è difficile non riconoscere in tutto questo qualcosa di profondamente francescano.
In questi giorni mi ha colpito un articolo dal titolo «Essere buoni conviene», che rifletteva sul ritorno di attenzione verso la bontà come valore civile e sociale. L’articolo osserva come, in un tempo segnato dall’individualismo e dalla contrapposizione, stia crescendo il bisogno di riscoprire atteggiamenti semplici ma fondamentali: gentilezza, altruismo, ascolto, attenzione, empatia e partecipazione concreta.
Vi si legge una frase molto significativa: «La società si trasforma non solo con le leggi, ma anche con i comportamenti quotidiani.» Ed è difficile non pensare a Francesco. Perché il suo messaggio non nasce da una teoria astratta, ma da una pratica quotidiana di fraternità. Francesco non cambia il mondo attraverso il potere, ma attraverso il modo di stare accanto agli altri, di vivere le relazioni, di condividere la fatica e la speranza delle persone.
Lo stesso articolo ricorda che nel 2024 le oltre 130 mila organizzazioni di volontariato e i milioni di volontari italiani hanno colmato vuoti lasciati dalle istituzioni, generando anche un enorme valore sociale ed economico. Ma il dato più importante non è quello economico: è umano. Perché il volontariato, come la fraternità francescana, tiene vive le comunità, custodisce i legami e combatte le solitudini.
Per questo motivo, il prossimo 22 agosto, la Brigata di Raggiolo ricorderà l’ottavo centenario della morte di San Francesco con un’iniziativa speciale: non soltanto una ricorrenza religiosa o storica, ma un’occasione per riflettere sul significato più profondo dell’impegno volontario, della fraternità e della responsabilità verso la comunità.


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