Acta de Ragiolo
Raggiolo tra Rivoluzione francese e Risorgimento
Il viaggio nella memoria di Raggiolo, curato da Francesco Lenzi, si sofferma su un episodio dimenticato della storia, in cui il borgo casentinese diventa protagonista di una rivolta contro Napoleone, rivelando sorprendenti legami con il movimento “Viva Maria”, che fece di Arezzo la capitale dell’insorgenza toscana.
[Numero 77 – Anno 32 – Giugno 2026 – pag. 4 e 5 – Francesco Lenzi]
Il 14 gennaio 1809, nella pubblica piazza di Montevarchi, le truppe francesi guidate dal generale Liégard fucilarono don Raffaele Zacchi, curato di Raggiolo, e Domenico Donati detto “Riccio”, contadino dello stesso borgo.
È da questo episodio tragico che si riapre per Raggiolo una pagina di storia assai più ampia: le “insorgenze” popolari contro il regime napoleonico che attraversarono l’Italia tra il 1796 e il 1814, quella “grande storia” che non è mai entrata davvero nella coscienza nazionale.
Quei moti, a lungo liquidati come azioni di “briganti ignoranti” o di contadini sanfedisti armati di forconi, furono in realtà qualcosa di più: una forma di rivoluzione poco riconosciuta, mossa non solo dal sentimento religioso e dall’odio per lo straniero, ma da una radicata insofferenza verso ogni oppressore e dalla perdita di antichi diritti.
Nell’aretino il fenomeno ebbe il suo simbolo nel “Viva Maria” del 1799, che fece di Arezzo la capitale dell’insorgenza toscana sotto la guida del marchese Giovan Battista Albergotti, poi “Maggiore della Piazza”.
Anima religiosa e politica del movimento fu il vescovo Agostino Albergotti, devoto del culto mariano e della Madonna del Conforto, tenace avversario dei francesi che lo bollarono come sobillatore del fanatismo. Vescovo dal 1802 fino alla morte, nel 1825, antileopoldino e antigiacobino, egli salda il movimento al culto della Madonna del Conforto, già radicato nella popolazione aretina, e ne promuove anche sul piano finanziario la cappella nel Duomo di Arezzo, spendendo parte del proprio patrimonio per sottrarre i beni della Chiesa alle razzie francesi.
Quel “Viva Maria”, del resto, fu meno una devozione imposta che una bandiera di appartenenza, un segno di identità collettiva. Non si trattava, peraltro, di plebe inerme: accanto ai contadini si muovevano piccoli possidenti, commercianti e basso clero, rapidi e ben organizzati, a cavallo e armati di schioppo. Non fu un caso isolato: il nipote Alessandro sarebbe poi comparso tra i feriti di Curtatone e Montanara nel 1848, segno di una continuità di ideali destinata a sfociare nel Risorgimento. Quei primi moti avevano avuto dimensioni imponenti: nel 1799 il Casentino e il Valdarno fornirono all’insorgenza circa ventimila uomini, mentre le sollevazioni del 1808 coinvolsero gruppi più ristretti, di poche centinaia. Decisiva fu la tecnica della guerriglia, fatta di attacchi rapidi e di ritirate in piccoli gruppi su un terreno ignoto agli occupanti, abituati alle grandi battaglie campali: i francesi vi subirono perdite assai più gravi di quelle subite dai rivoltosi.
La parabola di Raggiolo si colloca nella seconda ondata. Soppresso nel 1808 il Regno d’Etruria e annessa la Toscana all’Impero, tornarono i tumulti: nuove tasse, gabelle, coscrizione obbligatoria, vendita dei beni ecclesiastici, divieti sui boschi e sul commercio del vino.
“Insomma si vanò talmente il vecchio sistema che parve un nuovo mondo”, annotava nelle sue memorie il marchese Lodovico Albergotti.
Il 24 ottobre 1808 la prima sollevazione partì da Strada, dove confluirono contadini e artigiani armati e a cavallo provenienti da Montemignaio e da Raggiolo: saccheggiarono le casse dei ricevitori e, nella Cancelleria di Poppi, diedero alle fiamme i ruoli della leva.

Le truppe dell’armata aretina alle porte di Firenze
La sera del 25, saputo dell’arrivo di Liégard inviato da Firenze, gli insorti valicarono il Pratomagno e piombarono su Montevarchi, depredando la cassa del ricevitore del Demanio
Ferdinando Redditi, da cui asportarono diciottomila lire; lo stesso Redditi riuscì a mettersi in salvo, pare con l’aiuto proprio di don Zacchi.
Le lettere del rappresentante Tassoni e le cronache raccolte da Cesare Cantù confermano che furono proprio le popolazioni del Casentino, e fra esse quelle di Poppi, Strada e Raggiolo, le sole a potersi dire davvero insorte.
A Poppi la violenza arrivò a costare la vita al parroco del luogo, zio del ricevitore, ucciso mentre tentava di calmare la folla. La rivolta non nacque dal nulla: in Casentino le ragioni materiali si saldarono a quelle religiose, in un territorio dove chiese, conventi e compagnie erano un tutt’uno con il mondo contadino, e dove Raggiolo era tra le località da cui gli enti religiosi attingevano le proprie forze.
È qui che entra in scena don Raffaele Zacchi. Lungi dall’essere un fanatico, era un religioso colto e benestante, maggior contribuente di Raggiolo; in gioventù aveva frequentato ad Arezzo gli ambienti borghesi, massonici e filofrancesi.
La sua conversione antinapoleonica non fu opportunismo, ma l’effetto della disillusione di chi vide traditi dagli abusi dei nuovi invasori proprio gli ideali di libertà e uguaglianza in cui aveva creduto.
Le carte del prefetto dell’Arno lo indicano come uno dei principali autori della cospirazione: trentaseienne, figlio del fu Giovanni, gli si imputava anche di aver celebrato in casa propria, durante i torbidi, tre matrimoni privi dell’attestato civile imposto dalle leggi imperiali, disobbedienza tanto più grave per l’influenza che esercitava sui parrocchiani. Occorreva, scriveva il prefetto, “un esempio”. Con lui fu arrestato e condannato Domenico Donati, detto “Riccio”, contadino di trentaquattro anni, ritenuto colpevole del medesimo delitto.
Quando vennero arrestati, i due furono condotti nelle carceri di Poppi e poi in quelle di Firenze. Dalle carceri di Poppi, don Zacchi scrisse al vescovo Albergotti parole di commovente dignità, raccomandandogli soprattutto il proprio popolo lasciato “senza confessori”.
Il vescovo, contrario ai francesi ma maestro di mediazione, si preoccupò quindi di garantire un cappuccino che sostituisse il parroco.
Le memorie di Lodovico Albergotti registrano l’epilogo con asciutta freddezza: a Montevarchi, vi si legge, erano stati fucilati due casentinesi additati come capi dei briganti, e uno di loro era il curato di Raggiolo, di casato Zacchi.
Don Raffaele resta tuttavia una figura di eroe e di martire, un uomo moderno dagli ideali precisi: l’anello che congiunge il suo tragico presente al futuro Risorgimento.
Eppure, mentre la storiografia ha rivalutato perfino il giacobino Redditi, nulla è stato scritto sul curato di Raggiolo e sul suo compagno, condannati e dimenticati. La vicenda resta aperta, un invito alla ricerca: ancora una volta, da Raggiolo, la microstoria si fa grande storia.
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