Una serata del Raggiolo Festival 2026 tra il film di Liliana Cavani e un forum che, partendo dalla figura del Santo, ha parlato di pace, verità e fraternità.
Questa per Raggiolo è stata una giornata molto significativa, dedicata alla figura di San Francesco: una figura che, a ottocento anni dalla sua morte, conserva intatta la propria attualità, soprattutto in un momento storico in cui i venti di guerra sembrano sospingere il mondo in una spirale di odio senza fine. La giornata è culminata nella proiezione del film Francesco di Liliana Cavani, ma ha toccato il suo momento più alto nel forum dedicato al Santo, colui che più di ogni altro ha saputo incarnare nella storia dell’umanità la passione di Gesù.
La serata rientrava nel Raggiolo Festival 2026, la rassegna organizzata da La Brigata di Raggiolo. La giornata si è aperta alle 18 con la Santa Messa nella Pieve di Raggiolo, è proseguita alle 19 con il forum sulla figura di Francesco, nella sede dell’Ecomuseo, alle 20 con l’apericena offerta ai partecipanti e si è chiusa alle 21.15 con la proiezione del film.
A fare gli onori di casa è stato Don Daniele Leoni, che dal 2022 guida la comunità parrocchiale di Ortignano Raggiolo. Con lui hanno dialogato due ospiti di grande rilievo: Fra’ Paolo Fantaccini, vicario della comunità francescana della Verna, frate minore e sacerdote, già ministro provinciale dei Frati Minori della Toscana, e la dottoressa Silvia Guidi, collegata da remoto, giornalista professionista che dal 2008 fa parte della redazione culturale de L’Osservatore Romano, la prima donna a entrare stabilmente nella redazione della testata. Silvia Guidi collabora inoltre con la rivista TuttoRaggiolo, curando una rubrica dedicata ai “borghi che resistono”. Era attesa tra i relatori anche Maria Pia Alberzoni, docente di Storia Medievale all’Università Cattolica di Milano, che non è potuta intervenire a causa di un’improvvisa indisposizione.
Hanno introdotto il forum il sindaco di Ortignano Raggiolo, Emanuele Ceccherini, e il presidente de La Brigata di Raggiolo, Franco Franceschini. Il sindaco ha voluto ribadire il forte legame tra la figura del Santo e il territorio, richiamando la connessione con San Michele Arcangelo e, soprattutto, la storia della Croce del Pratomagno: il monumento francescano più importante della montagna, nato proprio da questa comunità in occasione del settimo centenario della morte di Francesco e innalzato in larga parte grazie alle braccia dei raggiolani. Una presenza che, ogni mattina, al sorgere del sole sulla Verna, si accende per prima e tiene vivo il filo che da secoli unisce Raggiolo al santuario francescano. Il presidente, dal canto suo, ha ricordato come il borgo sia da sempre terra francescana: nei secoli vi sono nati numerosi religiosi che hanno abbracciato la regola del Santo, ma anche tanti laici, donne e uomini, che per seguirne e diffonderne l’esempio si sono fatti terziari francescani, una schiera silenziosa che ha attraversato le generazioni e ancora oggi dà forma all’identità della comunità.





La scelta del film è stata di Don Daniele Leoni, che l’ha riconosciuto con affetto e ironia, dicendosi molto di parte. Il motivo affonda in un ricordo personale: nel 1992, giovane ufficiale istruttore, si imbatté per caso nel Francesco di Cavani durante una proiezione all’aperto in una parrocchia. Non ne sapeva nulla, e fu la locandina con Mickey Rourke, un attore che di solito non si associa a film edificanti, a incuriosirlo. Quella sera, ha raccontato, il Signore lo raggiunse proprio attraverso quel film. Don Daniele ha descritto un’opera esigente, dai dialoghi radi ma decisivi, indicando due momenti da cogliere: quello delle stimmate, dove la luce che entra nella natura, nelle acque, negli animali, appare come una liberazione, e l’incontro con il Papa, in cui la povertà scelta da Francesco viene detta senza limiti né giudizio. Un film che non è mai tenero, ha aggiunto, perché mostra i poveri per quello che sono, e proprio così accompagna la crescita del Santo, che a poco a poco si lascia liberare dalle paure fino alla libertà di donare tutto.
Le parole di Silvia Guidi hanno confermato e ampliato questa lettura. Ha ricordato come la Cavani si sia misurata per tutta la vita con Francesco, un santo semplice e insieme scomodo, e ha restituito l’ambientazione cruda del film, un’Umbria cupa in cui la miseria non ha nulla di pittoresco. Da qui il suo intervento si è allargato alle sfide del presente, in particolare al nodo della verità e dell’informazione. Dalla sua esperienza di giornalista, ha messo in guardia dagli slogan che presentano la guerra come qualcosa di necessario e da una logica commerciale che, per riempire le pagine e inseguire l’audience, finisce per allontanarsi dalla verità e per anestetizzare i lettori, mettendo sullo stesso piano l’intrattenimento e il dolore del mondo. A questa deriva ha opposto una scelta di lealtà verso la verità, misurata con una parola cara a Francesco, la letizia, e affidata all’immagine di un cuore indiviso, capace di restare se stesso in mezzo alle tempeste.
Al cuore del suo intervento, Fra’ Paolo ha portato quella che ha definito la cultura del nemico necessario: l’abitudine, appresa fin da bambini, a costruire la propria identità in opposizione a qualcuno, come se senza un avversario non riuscissimo a dare valore a noi stessi. Una mentalità che comincia tra i banchi dell’asilo e accompagna la vita adulta fino agli scontri politici, dove la passione, pur legittima, si irrigidisce nella logica del nemico. Fra’ Paolo l’ha chiamata senza mezzi termini diabolica, perché nega ciò che ci rende umani: per essere pienamente se stessi, ha ricordato, occorre incontrare dei fratelli e riconoscere ciò che unisce. A questa mentalità ha opposto la figura di Francesco fratello di tutti, capace di farsi prossimo del povero, dello straniero, del malato. Ma diventare fratello di tutti, ha spiegato, chiede di acquisire il linguaggio di tutti: l’umiltà di uscire dai propri schemi e di vedere nell’altro un volto e non una minaccia. Da qui il richiamo all’attualità, con la denuncia del cardinale Pizzaballa su una cultura del disprezzo che educa fin da piccoli all’ostilità verso chi è diverso, e l’invito di Leone XIV, nella sua enciclica, a disarmare le parole: perché la prima guerra nasce nel linguaggio, dentro le mura domestiche prima ancora che sui fronti.
Dalla verità la conversazione è scivolata, quasi naturalmente, sul tema della pazzia. A introdurlo è stato Franco Franceschini, con una domanda: quanta follia occorre per essere Francesco, e quanta per amare davvero, fino ad amare Nostro Signore? Ha ricordato come Franco Basaglia sostenesse che nei pazzi si nasconde il seme dei veri rivoluzionari, un’affermazione tanto suggestiva quanto enigmatica. Il tema ha trovato terreno fertile nelle parole di Fra’ Paolo, che ne ha fatto una chiave di lettura. Guardando i santi, ha osservato, si vedono uomini e donne liberi, che compiono scelte incomprensibili per il mondo e per questo vengono chiamati pazzi. È la pazzia di Francesco che, nel film, si spoglia delle vesti davanti al padre e alla città e subito dopo scende le scale sorridente, con una pace che nessuna ricchezza può dare. Esiste dunque una pazzia sana, ha spiegato, la grazia di Dio all’opera nel cuore, che porta a non conformarsi alla mentalità del mondo. La stessa follia, in fondo, che Don Daniele aveva già evocato descrivendo un Francesco liberato dalle paure e reso libero di donare tutto: una misura che al mondo appare insensata e che invece custodisce il senso più vero della vita.
A questo proposito Franceschini ha richiamato la figura di Alda Merini, poetessa che ha conosciuto a lungo il manicomio e la sofferenza, donna di una fede inquieta e libera, dalla spiritualità dirompente, capace di cercare Gesù con la stessa intensità con cui Francesco lo ha vissuto. Di lei Fra’ Paolo ha ripreso un pensiero, l’amore per chi ha cura di «scegliere le parole da non dire», perché sono spesso quelle che feriscono di più. E ha concluso tornando all’immagine della pazzia sana: la grazia di Dio che, agendo nel cuore, rende capaci di guardare agli altri con amore e delicatezza.
A chiudere il forum è stato il presidente de La Brigata, visibilmente commosso. Ha definito la serata il momento più bello e più alto dell’intera estate raggiolatta, destinato a restargli nel cuore, e ne ha ribadito il senso profondo: in un borgo segnato dalla memoria francescana, ritrovarsi attorno alla figura di San Francesco ha significato riscoprire una parte importante della propria identità e interrogarsi sulla forza di un messaggio che, a otto secoli dalla morte del Santo, continua a parlare al presente, alle sue guerre e alle sue paure, con la stessa mite determinazione di sempre. Prima dei saluti, Fra’ Paolo ha voluto congedare i presenti con la Benedizione di San Francesco, la stessa che aveva accompagnato la Messa del pomeriggio, riportando così ogni cosa all’essenziale e affidando Raggiolo, nel nome di Francesco, all’augurio con cui la serata si è chiusa.


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